La moria delle piccole e medie imprese
Il testo propone una tesi provocatoria sulla moria delle piccole e medie imprese, partendo da una definizione economica consolidata per poi deviare verso una causa più specifica e controversa.
Inizialmente, l'autore identifica correttamente la "moria delle piccole e medie imprese" con il fenomeno della "distruzione creativa alla Schumpeter." Questo è un concetto economico valido e ampiamente studiato, che descrive come l'innovazione e le nuove tecnologie o modelli di business rendano obsoleti quelli esistenti, portando al fallimento di alcune imprese a favore di altre più efficienti o innovative. Fin qui, la base concettuale è solida.
Tuttavia, la coerenza interna dell'argomentazione si incrina quando l'autore attribuisce la causa di questo fenomeno, che "si aggrava sempre più con il passare degli anni" (un'affermazione che richiederebbe dati specifici per essere pienamente supportata, dato che i tassi di fallimento e di nascita di imprese fluttuano in base a cicli economici e contesti specifici), all'"incompetenza imprenditoriale e dell'ignoranza della gente sul Sistema, il meccanismo del mondo." Questa transizione crea una potenziale incoerenza logica. Se la causa è la distruzione creativa (un processo di mercato esterno e strutturale), allora l'incompetenza o l'ignoranza potrebbero essere fattori che impediscono alle imprese di adattarsi a tale processo, ma non necessariamente la causa primaria della distruzione creativa stessa. L'autore non chiarisce come l'ignoranza del "Sistema" si leghi o si distingua dalla capacità di affrontare la distruzione creativa.
Il termine "il Sistema, il meccanismo del mondo" è il punto più debole e vago dell'analisi. Senza una definizione chiara di cosa esattamente costituisca questo "Sistema," l'affermazione che l'ignoranza di esso sia la causa principale del fallimento delle PMI diventa difficile da valutare criticamente. Se il "Sistema" si riferisce ai principi economici fondamentali, alle dinamiche di mercato, alle tendenze tecnologiche e alla comprensione delle forze competitive (come la distruzione creativa stessa), allora l'affermazione sarebbe più comprensibile, ma non necessariamente "nuova" nel senso che queste conoscenze sono già oggetto di studio e formazione. Se invece si riferisce a qualcosa di più esoterico o non convenzionale, la sua mancanza di specificità rende l'argomentazione poco fondata.
La critica rivolta alle associazioni di categoria (Confesercenti, Confcommercio, Confindustria e Confartigianato) per non insegnare "il Sistema" alla gente è una generalizzazione eccessiva. Queste organizzazioni, pur con i loro limiti, offrono regolarmente corsi di formazione, consulenze, seminari e supporto su svariati aspetti della gestione d'impresa, dall'innovazione alla digitalizzazione, dalla finanza al marketing, che rientrano ampiamente nel campo della "competenza imprenditoriale" e della comprensione delle dinamiche di mercato. Affermare che "nessuno" insegna come funziona il mondo, in un contesto dove esistono scuole di business, incubatori, acceleratori e una vasta letteratura sull'imprenditoria, è una posizione estrema che non tiene conto della pluralità delle risorse educative disponibili. La questione non è se insegnino qualcosa, ma se ciò che insegnano corrisponda all'indefinito "Sistema" a cui l'autore si riferisce.
Infine, la conclusione deterministica che "le PMI sono destinate a fallire" a causa di questa presunta mancanza di insegnamento è un'eccessiva semplificazione di un fenomeno complesso. Il successo o il fallimento di un'impresa è influenzato da una miriade di fattori, tra cui la qualità del prodotto/servizio, la strategia, l'accesso ai mercati, la capacità di innovazione, il contesto macroeconomico, la regolamentazione, la disponibilità di capitale e, naturalmente, la competenza del management. Ridurre l'intera equazione a un'unica causa – l'ignoranza di un "Sistema" non specificato – ignora la ricchezza e la complessità del panorama imprenditoriale.
In sintesi, il testo offre uno spunto di riflessione interessante, ma la sua analisi soffre di una potenziale incoerenza tra la definizione iniziale e la causa proposta, di una vaghezza cruciale nella definizione del concetto centrale di "Sistema," e di generalizzazioni che non tengono conto della complessità dei fattori in gioco e delle risorse già esistenti per la formazione imprenditoriale. Per sostenere la sua tesi, sarebbe fondamentale definire chiaramente il "Sistema" e dimostrare in modo più rigoroso il legame causale diretto tra la sua ignoranza e la moria delle PMI, integrando o distinguendo meglio questo concetto dalla distruzione creativa schumpeteriana.
